SICILIA

La mafia dei pascoli oltre il protocollo Antoci: la sfida ai boss «raffinati»


CATANIA –  E ora comincia la parte più difficile. Perché, dopo aver vinto una delle più importanti battaglie degli ultimi decenni, la guerra s’inasprisce. Lo Stato, ringalluzzito dai 94 arresti nel blitz sui Nebrodi, contro la «mafia più raffinata». Quella, descritta nell’enciclopedica ordinanza del gip di Messina, che «al posto delle lupare usa il potere stesso», «di scegliere imprese, di movimentare il denaro, di assegnare i posti di vertice ed intermedi, di dare lavoro, di fare impresa, di gestire le vicende di interi territori sempre con la tutela dell’associazione e l’arricchimento della stessa».

Non c’è tempo di distrarsi, bisogna evitare di appisolarsi sugli allori. E così, mentre le difese di boss e colletti bianchi affilano le armi, è già tempo di fare il punto. Sui nervi scoperti del sistema di concessione dei fondi europei in agricoltura, sulla “filiera sporca” che in Sicilia trasforma la manna di Bruxelles in un facile arricchimento di truffatori, quando non mafiosi. L’inchiesta della Dda di Messina – al netto della cifra relativamente bassa, circa 5,5 milioni, ipotizzata come bottino delle truffe all’Ue – è la più plateale dimostrazione che quella dei Nebrodi è «una mafia capace, di evolvere, di adattarsi ai tempi, e soprattutto, palesemente, di usare i processi, per imparare i metodi e il modus operandi del nemico, i carabinieri, i giudici, lo Stato, per crearsi anticorpi, per aggirarlo, per continuare ad esistere e fare affari milionari – dice il gip – in barba a tutte le forze dello Stato e dello Stato tutto».

E qui si arriva al punto: che ruolo ha avuto il protocollo Antoci? È innegabile il valore del rigoroso sistema di assegnazione dei terreni (con l’obbligo del certificato antimafia esteso anche a quelli di valore inferiore ai 150mila euro), introdotto nel 2016 dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, e poi diventato legge dello Stato. Purché non si commetta un errore di prospettiva. Il protocollo di legalità non è lo strumento diretto che ha fatto scattare le manette. Ma, nella narrazione a lieto fine del blitz di mercoledì, è piuttosto un deus ex machina. Per intenderci: mafiosi e truffatori vengono scoperti (e arrestati) proprio perché riescono a eludere anche il protocollo Antoci. Il gip Salvatore Mastroeni lo scrive con chiarezza: «Tutti i protocolli di legalità, tutte le misure di indagine e di contrasto, sono studiate ed aggirate».

Ma anche chi è in trincea ogni giorno ritiene che ci sia la necessità di un “tagliando”. «Se le indagini hanno accertato l’avvenuta elargizione di contributi comunitari a sostegno di terreni acquisiti fraudolentemente o fittiziamente intestati e di aziende agricole inesistenti, vuol dire che qualcosa nel meccanismo del protocollo Antoci non ha funzionato», dice Nicola Grassi. Che è il presidente di Asaec, associazione antiracket promotrice della riuscita marcia di Troina, a novembre, contro la mafia rurale.

«L’obbligatorietà dell’informativa antimafia prevista dal nuovo codice antimafia – argomenta Grassi – opera ex ante e con efficacia deterrente, proprio per la concessione di terreni agricoli demaniali che ricadono nelle ipotesi di sostegno previsti dalla Pac, a prescindere dal loro valore complessivo, nonché su tutti i terreni agricoli a qualunque titolo acquisiti, che usufruiscono dei fondi europei. Pertanto, se l’elargizione era già avvenuta, evidentemente, la certificazione antimafia richiesta, non solo era stata già rilasciata dalla Prefettura competente, ma aveva avuto esito negativo con possibilità, da parte dei richiedenti, di accedere e poter allegramente usufruire dei contributi comunitari agricoli». Per il presidente di Asaec «è ormai urgente e non più rinviabile mettere in campo strumenti legislativi ed azioni di contrasto decise e dirette».

L’altro aspetto, forse il più delicato, è il legame fra l’operazione “Nebrodi” e l’attentato subito dall’ex presidente del Parco nel 2016. Il procuratore di Messina, Maurizio de Lucia, ha le idee chiare: «Abbiamo una documentatissima indagine che non ha portato ai responsabili, ma certo non ha mai messo in dubbio che l’attentato vi sia stato, dopo di che tra i moventi possibili mi pare evidente che l’azione derivante dal protocollo Antoci sia una ragione che può largamente giustificare». L’ipotesi del protocollo come ostacolo ai clan dei Nebrodi, e dunque matrice della plateale ritorsione, è condivisa dal procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho. «Ha bloccato un grumo di interessi mafiosi, quindi incide sulla contestualizzazione ed è un movente che può aver determinato l’attentato», sostiene anche Pasquale Angelosanto, comandante generale del Ros.

Alla vigilia del blitz, alcune voci – incontrollate e non disinteressate – anticipavano un riferimento ai «mandanti» dell’attentato. Nell’ordinanza di circa duemila pagine la parola “Antoci” ricorre sei volte. Due delle quali riguardo l’agguato. L’indagine «trova aspetti di significazione probatoria e chiavi di lettura di quell’attentato, pur restando quel fatto esterno e al momento neanche disvelato», scrive il gip. Che poi conferma: Antoci «si è posto in contrasto con interessi milionari dalla mafia». Ma «come del resto si può anche rilevare come in atti risulti che i mafiosi ridano, in sostanza, del protocollo di legalità, e hanno dimostrato la capacità di aggirarlo con raffinatezza e sapienza».

Per il resto il giudizio è sospeso: «In mancanza di elementi specifici nessuna altra valutazione sul fatto può comunque essere fatta». Il caso resta aperto. E la ricerca della verità su mandanti ed esecutori dell’attentato, soprattutto a beneficio dello stesso Antoci, è patrimonio di tutti. Con buona pace dei blogger-antimafiologi amici degli amici di Montante.

Twitter: @MarioBarresi





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